Racconti d’estate – Raccolta di raccolte

2016-08-27 10.58.59Unʼestate dedicata alle raccolte dei racconti, alla brevità, a storie che possiedono il dono della sintesi ma anche quello del fascino e dell’ironia. Racconti che durano dai trenta secondi ai quindici minuti ma che tengono incollati alla pagina, in attesa del successivo. E se li lasci da soli per un paio di giorni non perdi alcun filo, sono lì che ti aspettano, brevi e fedeli.

Ecco allora una raccolta di micro consigli:

Quando Parlavamo con i morti, di Mariana Enriquez, Caravan Edizioni

Una Buenos Aires contemporanea, delle ragazzine che decidono di passare il tempo facendo sedute spiritiche, roghi e ustioni su donne che non sembrano fatte da nessuno, Mechi e lʼarchivio dei bambini scomparsi che però, a un certo punto, iniziano a ritornare. Lʼatmosfera dark, il sapore del mistero, si mescolano a temi fin troppo attuali lasciando il lettore turbato e avvinto. Mariana Enriquez racconta lʼorrore di oggi, senza mostrarlo sfacciatamente, e ci riesce benissimo.

Lʼinterpretazione dei sogni di Freud Astaire, di Angelo Zabaglio aka Andrea Coffami, Gorilla Sapiens Edizioni

Se cercate la logica, la psicologia del personaggio, la tranquillità di una trama lineare che riflette lʼesistenza lasciate perdere questo libro. Se invece volete fare lo slalom tra il bon ton e il perbenismo, saltare la fossa dellʼovvietà e farvi toccare dallʼassurdo, i brevissimi racconti di Zabaglio sono la scelta giusta. Riderete, rimarrete un poʼ a bocca aperta e troverete quanta realtà volete, in prima fila, davanti al lato imprevedibile della vita.

La pazienza dei bufali sotto la pioggia, di David Thomas, Marcos y Marcos

Avevo già letto la sua ultima raccolta (ne parlavo qui ) e lʼavevo consigliata a tutti gli scontrosi, ai permalosi come me. Devo quindi ripetermi e consigliare anche la sua raccolta precedente, perché lʼinsieme di tic, di incontri buffi, di nevrosi e di ricordi, allʼinterno delle sue micro narrazioni, diverte e fa sopportare molto meglio quel disastro che è lʼessere umano. Poi forse sarà comunque difficile avere la pazienza dei bufali, ma ci sarà qualche centimetro di tolleranza in più.

“Perché non sono un sasso” di Gianni Agostinelli (Del Vecchio Editore)

perchè-non-sono-un-sasso-287x450Uno degli elementi che permette a noi lettori di avvicinarci, di farci cadere, incantati, nella storia e di tenerci lì, fermi, fino allʼultimo, è la forza di un personaggio. Lʼempatia si accende, ci si affeziona, leggiamo la sua indole, i suoi gesti. Diventa facilissimo immedesimarsi con il personaggio giusto.

Matteo, il protagonista di Perché non sono un sasso di Gianni Agostinelli, tra i finalisti della XXVII edizione del premio Calvino, è uno di quei personaggi giusti, forse perché molto lontano dallʼessere perfetto.

Membro attivo di una generazione precaria, passa le giornate cercando lavoro, parlando poco, osservando senza paraocchi i suoi difetti e quelli della realtà. Non ha ambizioni, vive con la madre, è cosciente dei suoi limiti, del suo metro e sessantatré, dei suoi fallimenti. Matteo si è concesso ogni tanto qualche speranza, ma senza risultati, e allora parla poco, coltiva lʼarresa e la perdita.

«Mi hanno sempre affascinato le sconfitte. Io anche quando andavo allo stadio e la mia squadra vinceva, alla fine della partita guardavo come rientravano nel tunnel quelli che avevano perso».

È lʼinclinazione alla caduta, alla tristezza, a farci riconoscere Matteo.

Non è un vincente, non risplende, non cʼè nessuna luce che lo accompagna. Non rientra nei meccanismi che muovono le vite degli altri: il lavoro fisso, la fidanzata che a un certo punto diventa moglie, la casa da comprare. E lui lo sogna tutto questo, ogni tanto, ma anche in questo caso senza risultati. E allora il desiderio di far parte del gruppo lascia il posto alla disillusione, al prurito per i luoghi comuni che la società continua a sbandierare.

Matteo comincia così ad annotare quello che gli succede intorno, le persone che segue, che osserva da lontano, un pezzettino di umanità che attira la sua attenzione e che a tratti lo smuove, anche se a distanza di sicurezza. Seguire il suo sguardo permette di avvicinarci a lui, ai suoi dubbi, al bisogno di essere felice che tiene ben nascosto.

«Guardo il muretto per concentrarmi su cosa scrivere, ma vengo rapito da un pensiero triste. E riguarda proprio queste pietre marrone chiaro che ho davanti. Qui immobili da centinaia di anni. Perché non sono un sasso?

Se ero un sasso non dovevo star qui a cercare una risposta perché non avrei fatto nemmeno la domanda, invece mi metto a pensarci.»

Gianni Agostinelli segue il ritmo della rabbia triste del suo protagonista, la scrittura è semplice, punge e si fa lieve giocando con molta ironia. Il flusso di coscienza di Matteo non risparmia niente: la televisione, lʼipocrisia onnipresente, la difficoltà di stringere legami, il desiderio e la paura di qualcosa che si avvicina a un sentimento. Perché non siamo sassi, e chissà poi se è un bene.

“Non ho ancora finito di guardare il mondo” di David Thomas (Marcos y Marcos)

9788871687407A tutti gli scontrosi, agli asociali, ai permalosi, ai solitari, a tutti i bisbetici e agli scontenti. Non ho ancora finito di guardare il mondo è un libro per tutti noi, per chi se la prende troppo, per chi stenta a sopportare gli altri e quindi anche la propria persona.

David Thomas, con le sue piccolissime storie, racconta quanto sia multiforme il genere umano, come ceda alla ripetizione pur desiderando il cambiamento, quante volte cada nel rimpianto, nellʼinsofferenza, nella tristezza che accompagna il passare del tempo. I piccoli istanti di gioia, la noia, il fastidio per qualcosa da cui però è impossibile separarsi, lʼincomprensione che spesso accompagna le relazioni, il piacere segreto che solo noi conosciamo e che riscalda la routine della vita.

Adoro sentire i vicini fare lʼamore. Essere testimone del piacere e della felicità altrui mi rassicura sullo stato del mondo. Sono capace di mollare tutto per ascoltare attentamente i saliscendi del sesso dietro una parete. Seguo con lʼorecchio teso lʼevoluzione del godimento proprio come si segue qualcuno per strada. Voglio sapere come va a finire.

È questo voler andare avanti per vedere come va a finire a rendere i racconti di David Thomas delle piccole oasi per esseri umani stracolmi di difetti, di dolori, di torti dati e avuti. Sono istantanee che con tanta ironia e una certa morbidezza inquadrano amori, rinunce, manie, paure portate molto male ma che, se osservate meglio, fanno anche un poʼ sorridere.

Ho paura di tutto. Dei cani, dei topi, dei serpenti e del temporale. Di essere in ritardo, malata, sfinita, sola, bloccata in ascensore o sorpresa. Ho paura degli altri, ho ho paura di dovermi giustificare, di dovermi spiegare, ho paura di essere mal giudicata, di deludere o infastidire. Ho paura della folla, dellʼisolamento, degli ictus, dei germi e di essere cacciata dal lavoro.

Solo tu non mi fai paura, e non sono sicura che sia un buon segno.

Sono racconti ma anche messaggi, confessioni, scene che riportano a galla vite intere, biglietti, pensieri così intimi che sembrano trovati per caso allʼinsaputa di chi li ha scritti, frasi origliate che fanno ridere. E infatti si ride con e dellʼesistenza umana, ma ci si arresta anche per lʼamaro che arriva immancabilmente. Il lettore segue così lʼandamento della vita, senza dita puntate o giudizi tra parentesi, segue queste piccole storie comuni e si sente meno solo.

David Thomas guarda il mondo come dovremmo guardarlo tutti, almeno ogni tanto, con un poʼ di ironia e una curiosità inesauribile.

“Fervore” di Emanuele Tonon (Mondadori)

 

61xek0YF3+LNoi, ragazzini con quei primi peli che facevano male, che procuravano prurito e arrossamento nel traforare la faccia, cercavamo di salire quelle albe altissime da ubriachi, da bisognosi di sonno e di consolazione, cercavamo di salirle col canto, colle cosce rigate, collʼamore per un Dio che avevamo preso lʼabitudine di inventarci.

Se le storie contenessero soltanto una cosa, un elemento, una persona, una strada, sarebbero forse più leggere da portare ma di sicuro meno invitanti, con molti meno stimoli e colori da solleticare, senza tutte quelle finestre e quei ponti che si muovono verso altre storie.

Se le storie fossero così, allora Fervore sarebbe la storia di un giovane di ventʼanni che vive la sua esperienza religiosa allʼinterno del convento di Recanavata, prima dellʼiniziazione ai voti. Ma siccome le storie sono come barattoli che contengono tantissime cianfrusaglie, come barattoli con le finestre che sbattono e ponti che si allungano verso altre storie, allora Fervore non è solo unʼesperienza di carattere religioso, ma è anche la storia di una malinconia, della febbre che abbiamo a ventʼanni, quando la gioia di vivere pulsa senza nessun motivo, quando la realtà rischia di abbattere il fervore.

È la storia di tanti ragazzi inginocchiati, insicuri, ingenui, che scelgono celle, preghiere e buio per difendere una luce che sono loro ad accendere. Fervore è la storia di una felicità senza spiegazione e di Dio che viene inventato perché lʼorribile del mondo è in circolazione.

Un giorno il canarino emerse dal letto bagnato, sbatté le alucce, che lasciarono nellʼaria goccioline di urina, e si asciugò da solo nel freddo di una mattina qualunque. Il canarino, in quella stanza dove aveva agitato le alucce bagnate, aveva anche deciso di cominciare a beccare il mondo. Non aveva becco di falco, era preda. E da preda cominciò a vivere. Da preda che ha sempre paura, che impara a rallentare i battiti del cuore, a morire in piedi, sulle zampette, solo per finta, solo per non essere ghermito, sfasciato allʼimprovviso, ha imparato lʼimmobilità, la sospensione delle funzioni vitali, ha imparato a precipitare prima che ad ascendere, ha imparato tutte queste cose solo per aprire le ali finalmente asciutte e con essa percuotere lʼaria pura.

Loro, i novizi, sono la giovinezza, la voglia di amare e vivere, il desiderio sensuale che si nasconde ma non si ritira, la gioia dellʼinfanzia, e nella narrazione, queste creature inconsapevoli, diventano girini, volatili maldestri, piccoli canarini che scappano.

Emanuele Tonon racconta la storia di alcuni pesciolini che creano un dio e lo fa con parole alte, liriche, parole che guardano in su. Un linguaggio nostalgico che sembra anche il tentativo di una spinta, malinconia che non finisce ma che almeno diventa canto, per allontanare lʼorribile, per sperare in voli a cielo aperto.

“Morti favolose di animali comuni” di Renato Polizzi (Caracò Editore)

polizzi«Eppure, di contraltare allo stato stuporoso che spandono le lucciole quando si accendono, la loro morte ha un vago sapore di tinello e infatti alla fine uno si domanda se si fulminino improvvisamente come una comune lampadina da 30 watt oppure se si spengano piano piano, affievolendosi con il ronzio che fanno i neon quando iniziano a consumarsi.

In verità le due morti convivono in natura, solo variano secondo le dimensioni delle lucciole. E al contrario di quello che si possa pensare, quelle più grosse (dimensione mosca) si fulminano, mentre quelle più piccole (dimensione moscerino) si affievoliscono piano piano fino a spegnersi.

Che a pensarci bene è quello che succede con i sogni, che si affievoliscono e si spengono piano piano nella quotidianità quando hanno dimensioni domestiche. Mentre si fulminano con un gran botto, magari mandando in cortocircuito tutto lʼimpianto, quando sono troppo grossi, lasciando dietro di sé un gran buio.»

Questo libricino, a metà strada tra un bestiario e un trattato ironico, è una di quelle chicche che, una volta iniziata, si ringrazia il cielo di aver trovato.

Gli animali ci piacciono ma, pur conoscendo in parte le loro abitudini e i diversi modi di esistere, non ci siamo mai fermati a riflettere sul loro modo di concludere i rapporti con la vita terrena. La morte, infatti, è al centro del libro di Renato Polizzi, ma non quella imbevuta di dramma che troviamo in tv, né quella limitata allʼambiente ospedaliero, è la morte come evento della vita a essere protagonista di questo bestiario, la morte come passo finale, come epilogo da ricordare e non da nascondere.

Con il tono che salta dallʼironico allʼadesso mi commuovo un poʼ, lʼautore seleziona i suoi protagonisti. Si incontrano così il cavallo, il piccione, lʼairone, la mucca, la gallina; simpatizziamo non senza sorpresa per lo scarafaggio, che dopo una vita con gli occhi fissi sullʼasfalto se ne va a pancia in su, guardando le stelle. Ci ritroviamo ancora una volta spettatori dello scontro tra cicala e formica, tifando, finalmente, per una Cicala maiuscola, che non sembra più una scansafatiche, che segue la sua vocazione per il canto fino alla morte. Pur sapendo che il suo dono non verrà capito, senza il supporto di un pubblico che la segue, la Cicala continua a cantare perché è ciò che la rende felice.

«È nata cantante heavy metal nellʼItalia dellʼ800, la cicala. O il più grande burattinaio di tutti i tempi al tempo della playstation e dei cartoni animati. È stata sfigata la cicala. Solo questo.»

Un libro che tutti dovrebbero leggere, per le risate che offre nellʼassurda posizione di osservatori dellʼultimo respiro, per la leggerezza che accompagna comicità e malinconia, perché sembra quasi un libro che va al contrario, parla di morte per raccontare meglio la vita che ogni animale porta con sé.

“Alcuni stupefacenti casi tra cui un gufo rotto” di Davide Predosin (Gorilla Sapiens Edizioni)

 

timthumb.phpCi sono libri che non vogliono condurre da nessuna parte, libri che non hanno come scopo il racconto di un personaggio e delle sue vicende. Alcune storie delle trame e dei fili da seguire se ne fregano e basta perché lintento non è rimboccarti le coperte e tenerti al sicuro, ma smuoverti, prenderti alle spalle e farti saltare.

I racconti di Davide Predosin sono davvero casi stupefacenti, alcuni più lunghi, altri di tre righe appena. Scuotono le reazioni di chi legge con lintento di allontanare il più possibile dalla realtà, dalla coerenza e dal raziocinio.

Se, per esempio, camminando, trovassimo casualmente un gufo rotto con tutti i suoi ingranaggi ben visibili?

Camminando in un bosco appena fuori città ho trovato, sotto a un alto pino, un grosso gufo rotto. Giaceva su un fianco con gli occhi sbarrati, proprio come se avesse appena visto un altro gufo rotto a lui caro. – Si dev’essere rotto per il dolore –, ho pensato. […]”

E se invece cè chi si sbottona il torace perché dotato di bottoni automatici, o chi ha una fidanzata che allimprovviso, di tanto in tanto, scompare? Cè anche chi attende lesattore del calore, chi lavando i denti ficca lo spazzolino in un occhio, chi invece ha dei vicini che organizzano delle riunioni un po particolari. Per non parlare del Signor Satana e di Vladimir Poponsky.

Le situazioni sono sempre più assurde, i personaggi passano dallessere torvi e minacciosi al non poter fare altro che divertire il lettore, perché la realtà che vivono è impensabile e la loro normalità si basa sul paradosso e sul grottesco. Allora si può solo accettare la stravaganza, prendere a braccetto linsensato, la sciocchezza e godersi il giro in giostra chiedendo inutilmente, solo ogni tanto, cosa diamine sia la realtà.